top of page

Tra la fine del mondo e la fine del mese – L’ecologia oltre la COP

25 ago
Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 1 set

C. A. Villani


- Manifestanti sfilano in corteo dietro a un grande striscione verde con lo slogan francese "Fin du monde, fins de mois, mêmes coupables, même combat" (Fine del mondo, fini del mese, stessi colpevoli, stessa lotta), unendo le rivendicazioni climatiche a quelle sociali (via DINAMOPRESS)
- Manifestanti sfilano in corteo dietro a un grande striscione verde con lo slogan francese "Fin du monde, fins de mois, mêmes coupables, même combat" (Fine del mondo, fini del mese, stessi colpevoli, stessa lotta), unendo le rivendicazioni climatiche a quelle sociali (via DINAMOPRESS)

“Sono profondamente dispiaciuto”. Piangeva il presidente della COP26, Alok Sharma, mentre ammetteva il sostanziale fallimento della Conferenza sul clima più attesa dai tempi dell’Accordo di Parigi. Era il 2021. Da quel momento la crisi climatica è progressivamente sparita dall’agenda politica e mediatica, le proteste ecologiste che avevano scosso i governi di tutto il mondo nel 2019 si sono spente, riducendosi, in Europa, ad azioni dimostrative individuali o a mobilitazioni radicali ma ridimensionate. La smobilitazione delle giovani masse che avevano risposto all’appello dei Fridays For Future ha favorito la repressione poliziesca e la demonizzazione mediatica dell’attivismo ecologista, facilitando la minimizzazione della crisi climatica, fino ad allora presentata come un pericolo esistenziale.


I partiti verdi, che erano riusciti a recuperare le proteste, hanno sprecato la loro forza elettorale promuovendo politiche ambientaliste generalmente prive del necessario dialogo con le classi popolari e con il Sud globale. Con la complicità di questo verdismo elitario, le estreme destre in ascesa hanno potuto facilmente presentare la preoccupazione climatica come “una cosa per ricchi”, celando la volontà di rappresentare gli interessi delle aziende insofferenti verso qualsiasi minima forma di regolamentazione ambientale. Una strategia che si è palesata venerdì scorso al Parlamento Europeo, dove l’ultradestra ha spinto i popolari a votare insieme sulla deresponsabilizzazione delle aziende in materia di sostenibilità: il primo chiodo sulla bara del già timido Green Deal.


La COP30 in corso a Belém, in Brasile, sarebbe chiamata ad invertire la rotta. Un compito non semplice per una Conferenza disertata dagli USA che dall’anno prossimo abbandoneranno l’Accordo di Parigi. Per primo, il governo brasiliano ospitante, che promette il successo della Conferenza, è stritolato dal parassitismo dell’agribusiness e delle compagnie petrolifere. L’ONU ha calcolato che, per rispettare il limite di 1,5°C nell’aumento della temperatura media globale, la COP dovrebbe confermare una riduzione delle emissioni del 60% entro il 2035, ma in base ai programmi la previsione si ferma al 12%. E mentre le questioni sociali rimangono ipocritamente fuori dalle trattative, il 10% più ricco della popolazione mondiale resta responsabile per il 50% delle emissioni di CO₂ e una persona dell’1% più ricco continua ad avere una carbon footprint 175 volte maggiore rispetto a quella di una persona del 10% più povero.


Ma a Belém, nel cuore di un’Amazzonia divenuta il simbolo della distruzione ambientale del capitalismo estrattivo, c’è anche chi tenta di riportare l’attenzione su questo: le popolazioni indigene, prime vittime della devastazione degli ecosistemi, ma escluse dalle trattative, hanno dato vita per l’occasione ad una Cupola dei Popoli insieme a tanti movimenti da tutto il mondo per rilanciare una “transizione giusta e popolare” con una serie di azioni culminate, sabato scorso, con la grande marcia per il clima per le strade di Belém. Indipendentemente dalle proteste, è prevedibile che la COP30 sarà un nuovo fallimento, ma i cortei della Cupola, spezzando la calma apparente di Belém, provano a ricordare al mondo le parole gridate dai gilets gialli francesi. “Fine del mondo e fine del mese: stessa lotta”.

Commenti


bottom of page