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Relatività: emblema d'amore o baluardo della solitudine?

3 giorni fa
Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 2 giorni fa

Due amanti, due veli. La libertà di abbandonarsi all'ignoto o la vigliaccheria di chi non ha il coraggio di guardare?


R. Pattarino


Les Amants. R. Magritte, 1928 (via The Art POST Blog)
Les Amants. R. Magritte, 1928 (via The Art POST Blog)

Studiando giurisprudenza, mi confronto spesso con il problema dell'interpretazione: il medesimo fatto può prestarsi a letture discordanti, talvolta persino inconciliabili. La verità spesso è scomoda e, quando contraddice le nostre aspettative, siamo tentati di piegarla alle nostre esigenze. Nell'epoca in cui disponiamo di strumenti sempre più sofisticati per conoscere la realtà, abbiamo smarrito la capacità di accettarla.

Sprofondiamo nelle sabbie mobili della relatività, dove ciascuno confeziona la propria verità a regola d'arte. Non cerchiamo più di comprendere ciò che abbiamo davanti, ma di ricondurlo alle nostre convinzioni o, peggio, all'utilità del momento.

A mettermi di fronte a questa contraddizione non è stata una sentenza, bensì un bacio, più precisamente quello dipinto da René Magritte nell'opera Gli amanti (1928). Due figure si baciano attraverso veli bianchi che ne occultano completamente i volti. Due persone, due veli, un bacio: il dato visibile finisce qui. Il resto appartiene all'interpretazione. Non intendo ricostruire le intenzioni dell'artista, né trovare una soluzione definitiva, ma esplorare due letture diametralmente opposte dello stesso dipinto.


Prima interpretazione: il coraggio di amare.


Siamo diventati schiavi del controllo: pianifichiamo il futuro, organizziamo il presente, tentiamo disperatamente di sterilizzare l'imprevisto. Ogni cosa deve essere calcolata, classificata, possibilmente garantita. Abbiamo dichiarato guerra all'incertezza, dimenticando che proprio da essa nascono alcune delle esperienze più straordinarie. Persino l'amore sembra dover superare una procedura di selezione. Gli algoritmi ci propongono persone presumibilmente compatibili; i profili anticipano la scoperta; i messaggi ci concedono il tempo di studiare ogni risposta. Cerchiamo sentimenti prevedibili, relazioni rassicuranti, emozioni che rispettino le nostre aspettative. Abbiamo trasformato l'imprevedibilità dell'incontro in un problema da risolvere.

E se quei due amanti, invece, stessero compiendo un atto di coraggio? Si baciano senza vedersi, rinunciando alla pretesa di conoscere ciò che li attende. Accettano di esporsi all'ignoto, senza cercare di dominarlo. Rinunciano all'illusione di essere gli unici artefici del proprio destino, accettando che un'altra esistenza possa intrecciarsi alla loro. Non si tratta dell'annullamento di sé, né della dipendenza troppo spesso romanticamente spacciata per amore, bensì della libertà di deporre le armi, di smettere, almeno per un istante, di sorvegliare la propria esistenza. Il velo diventa così un atto di fiducia: avvicinarsi all'altro pur non potendo prevedere ciò che accadrà. Forse l'amore comincia proprio dove finisce la nostra ossessione di governarlo.


Seconda interpretazione: la solitudine, l'ergastolo dell'io.


Basta rovesciare la prospettiva e quella stessa stoffa diventa una condanna. I due amanti si cercano, si avvicinano, tentano di baciarsi… eppure non si incontrano mai. Una barriera sottile rende impossibile persino il contatto più intimo. Il velo non è più un gesto di fiducia, è uno scudo.

Viviamo nell'epoca dell'iperconnessione, dell'esibizione permanente, della comunicazione compulsiva. Centinaia di contatti, migliaia di immagini, un'interminabile successione di vite da osservare. Non siamo mai stati così raggiungibili, eppure così distanti. Ci «esponiamo» continuamente, purché nessuno riesca a vederci davvero. Costruiamo rappresentazioni di noi stessi accuratamente studiate, censurando ciò che potrebbe renderci vulnerabili, nell'ossessivo tentativo di incarnare un ideale di perfezione. Pretendiamo l'intimità, ma ci barrichiamo dietro le nostremaschere. L'altro non è più un compagno di vita, ma lo spettatore di un'opera accuratamente costruita:

la nostra immagine. Può ammirarla, purché non osi alterarla. Ma fino a quando possiamo sostenere questa finzione? E soprattutto, quanto rimane di noi dietro ciò che fingiamo di essere?

Esiste una solitudine ancora più feroce di quella di chi non riesce a incontrare gli altri: la solitudine di chi è diventato estraneo persino a sé stesso. Forse il vero orrore del dipinto non è l'impossibilità di vedere il volto dell'altro, ma il sospetto di non sapere che cosa si nasconda sotto il proprio velo.

Ogni attesa, ogni silenzio, ogni minuto trascorso in nostra compagnia deve essere immediatamente anestetizzato. Scorriamo immagini, consumiamo esistenze altrui, inghiottiamo informazioni; qualsiasi cosa, pur di evitare quel momento insopportabile in cui rimaniamo soli con noi stessi.

L'antica parola greca alétheia, nella sua interpretazione filosofica, richiama il disvelamento: la verità come ciò che emerge dal nascondimento. Noi, invece, abbiamo elevato il velo a condizione dell'esistenza. Non soltanto nascondiamo ciò che siamo: rischiamo di non sapere più che cosa ci sia da nascondere.


Ed eccoci nuovamente al processo. Due interpretazioni opposte, un unico dipinto. Ma sarebbe troppo comodo concludere che ogni interpretazione vale quanto un'altra. Un'opera può ammettere letture differenti; i fatti, invece, non diventano intercambiabili soltanto perché ci risultano sgraditi.Quei veli potrebbero raccontare tanto il coraggio di affidarsi quanto la vigliaccheria di nascondersi, il desiderio di essere amati e il terrore di essere conosciuti. Vogliamo che qualcuno ci scopra, purché non arrivi

mai abbastanza vicino da farlo. E allora, davanti a quel bacio, la domanda non è più che cosa volesse rappresentare Magritte, ma un'altra, decisamente più scomoda: abbiamo paura di togliere il velo perché non sappiamo chi troveremo davanti, o perché temiamo che qualcuno scopra chi si nasconde dietro il nostro?

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