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Può l’Aia risolvere una crisi durata 30 anni?

23 set
Tempo di lettura: 2 min

M. Simonetti


Palazzo della Pace, sede della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia (immagine generata tramite AI)
Palazzo della Pace, sede della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia (immagine generata tramite AI)

La Repubblica Democratica del Congo (RDC) ha portato il Ruanda davanti alla Corte Internazionale di Giustizia il 26 giugno 2026. Questa è il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite: risolve controversie giuridiche tra Stati. Tuttavia, non interviene automaticamente in ogni conflitto internazionale: la sua competenza nasce dal consenso degli Stati o da specifiche clausole contenute nei trattati internazionali. In questo caso, la RDC ha fondato il proprio ricorso su diverse convenzioni internazionali, tra cui la Convenzione sul genocidio, la Convenzione contro la discriminazione razziale e la Convenzione contro la tortura.

 

Storicamente, bisogna risalire al genocidio ruandese del 1994, durante il quale, furono massacrate migliaia di persone, principalmente Tutsi ma anche Hutu. Le tensioni tra i due gruppi erano state alimentate anche dal periodo coloniale belga, quando una differenziazione inizialmente basata su criteri economici venne trasformata in una rigida distinzione etnica. Dopo il genocidio, molti Hutu, tra cui alcuni responsabili delle violenze, fuggirono verso l’est della RDC, contribuendo alla nascita di gruppi armati come le Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda (FDLR). Parallelamente, la regione del Kivu è diventata il centro di numerose tensioni etniche, favorendo la nascita del movimento a maggioranza tutsi M23 (Movimento del 23 marzo). Proprio la volontà di proteggere la popolazione tutsi del Kivu dalle violenze delle FDLR rappresenta, una delle principali giustificazioni dell’intervento ruandese nella regione. La RDC contesta però questa interpretazione, accusando il Ruanda di sostenere militarmente l’M23 e di aver condotto operazioni illegali sul territorio congolese, accuse che Kigali ha respinto.

Dal punto di vista economico, la chiave di lettura è il coltan. La RDC possiede circa il 70% delle riserve mondiali di questo minerale, ma una delle sue principali miniere, Rubaya, è stata conquistata dall’M23 il 30 aprile 2024. Il controllo della miniera, da cui proviene una quota stimata tra il 15% e il 30% della produzione mondiale di coltan, garantisce importanti entrate economiche e un’influenza strategica sulle rotte commerciali.


Dopo trent’anni di conflitto, la battaglia si sposta quindi nelle aule dell’Aia. Tra le richieste presentate dal RDC vi sono la fine immediata delle violazioni e il riconoscimento di risarcimenti per lo Stato e per le vittime. Dopo la presentazione del ricorso, la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito le prossime tappe del procedimento: la RDC dovrà presentare il proprio Memorial entro il 4 ottobre 2027, mentre il Ruanda potrà depositare il Counter-Memorial entro il 4 dicembre 2028. Saranno questi documenti a definire nel dettaglio accuse, prove e posizioni delle due parti. La decisione della Corte non risolverà da sola una crisi durata decenni, legata a questioni etniche, economiche e geografiche, ma rappresenta un tentativo di trasformare accuse e sofferenze silenziose in un processo giuridico internazionale.

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