La città che abbiamo già visto: prima di partire, la vediamo
V. D'Andrea
La vediamo sullo schermo, spesso prima di sapere che quella città diventerà la nostra prossima destinazione.
Un Reel di quindici secondi. Una fotografia salvata mesi prima. Un video comparso mentre stavamo facendo tutt’altro. Una terrazza sul mare, una strada illuminata dal sole, un tavolino davanti all’acqua.
Poi, qualche mese dopo, siamo lì. E spesso la prima cosa che facciamo è cercare quella stessa immagine.
È forse questa la trasformazione più silenziosa prodotta dai social sul nostro modo di viaggiare: non ci mostrano soltanto i luoghi. Ci insegnano come guardarli.
Per molto tempo il viaggio è stato associato alla scoperta dell’ignoto. Oggi, invece, una parte di quell’ignoto arriva già preconfezionata nel nostro feed.
Partiamo per vedere qualcosa di nuovo, ma spesso con in testa un’immagine che nuovo non è affatto.
Il fenomeno non è soltanto una sensazione. Nel 2025 l’Expedia Group Traveler Value Index ha rilevato che il 61% dei viaggiatori trova idee per i propri viaggi sui social media, contro il 35% del 2022. Il 73% ha inoltre dichiarato che le raccomandazioni degli influencer hanno influenzato la decisione di prenotare un viaggio o una sua componente.
Comincia quando iniziamo a scorrere.
Susan Sontag, scrittrice, saggista e intellettuale statunitense, aveva già analizzato il rapporto tra fotografia e realtà molto prima dell'avvento di Instagram e TikTok. In On Photography, pubblicato nel 1977, osservava come fotografare significhi trasformare una parte del mondo in un’immagine che possiamo conservare, riguardare e possedere.
Nel turismo questa dinamica è evidente.
Una fotografia può essere memoria, ma può anche diventare il motivo per cui scegliamo una destinazione. Una piazza può smettere di essere soltanto una piazza e diventare uno sfondo. Un ristorante, un contenuto. Un tramonto, una storia.
Il sociologo britannico John Urry ha definito questo meccanismo tourist gaze, lo “sguardo turistico”: ciò che ci aspettiamo di vedere condiziona ciò che effettivamente vediamo. Oggi quello sguardo è diventato digitale. Lo smartphone non è soltanto la macchina fotografica che portiamo con noi: è anche la guida che ci ha preceduti. Ci ha già mostrato cosa fotografare, dove fermarci, cosa ordinare.
La conseguenza è paradossale: andiamo in un luogo per vedere ciò che abbiamo già visto.
E quando migliaia di persone raggiungono lo stesso punto perché lo hanno visto online, l’immagine smette di raccontare soltanto un luogo e comincia a trasformarlo. Il luogo reale si adegua così, involontariamente, alla sua versione digitale.
Ma allora i social sono il problema? No.
Sarebbe troppo semplice ridurre tutto a una condanna. I social possono anche ampliare lo sguardo: mostrano tradizioni, quartieri e attività che non comparirebbero nelle guide più tradizionali. Possono dare visibilità a piccole realtà e permettere a chi vive una destinazione di raccontarla.
Una ricerca pubblicata nel 2025 su Tourism Planning & Development, condotta su 376 visitatori di Langkawi, arcipelago situato nel mare delle Andamane, al largo della costa nord-occidentale della Malesia, ha evidenziato una relazione tra influenza dei social, concentrazione dei flussi turistici e overtourism.
Il punto centrale è che i social non si limitano a far conoscere una destinazione: possono contribuire concretamente a concentrare i turisti in determinati luoghi, influenzando significativamente il tourist flow.
È il meccanismo della viralità: più un luogo viene mostrato, più persone desiderano raggiungerlo; più persone arrivano, più quel luogo viene mostrato.
Il problema non sono le immagini. È il modo in cui impariamo a consumarle. Un feed non è una finestra neutrale sul mondo: seleziona, ripete e rende più visibili alcune esperienze.
Se un algoritmo continua a mostrarci lo stesso panorama, non significa che sia il panorama più bello. Significa che quell’immagine funziona: viene guardata, salvata, condivisa e riprodotta. E ciò che funziona tende a essere ripetuto.
Così rischiamo di viaggiare sempre nello stesso modo: cercando la stessa fotografia in città diverse, lo stesso locale “instagrammabile”, lo stesso tramonto. E possiamo ignorare tutto ciò che non entra nell’inquadratura: il rumore del traffico, la pioggia improvvisa, una strada sbagliata, un ristorante scelto per caso, una conversazione con qualcuno del posto.
Eppure potrebbe essere proprio lì che comincia il viaggio vero.
Nel momento in cui la realtà smette di assomigliare alla fotografia che avevamo in mente.
Forse oggi il vero atto di ribellione non è smettere di fotografare. È lasciare qualcosa da fotografare per la prima volta. Non controllare ogni angolo di un museo prima di entrarci. Non scegliere sempre il ristorante con più visualizzazioni. Non sapere necessariamente da dove vedere il tramonto.
Lasciare spazio all’imprevisto.
Una strada può essere più rumorosa della fotografia che avevamo salvato. Il mare può essere coperto dalle nuvole. Il panorama più famoso può, dal vivo, non dirci nulla. E va bene così.
In quel momento qualcosa è finalmente nostro: non l’immagine scelta da qualcun altro, ma la nostra impressione.
I social non ci hanno tolto il mondo. Ce lo hanno reso più vicino, visibile e desiderabile. Ma proprio per questo ci chiedono una nuova forma di attenzione: distinguere ciò che abbiamo visto da ciò che abbiamo vissuto.
Una città può essere fotografata milioni di volte e rimanere sconosciuta.
Forse, nell’epoca in cui possiamo vedere quasi tutto prima ancora di partire, il vero lusso del viaggio è ancora quello di arrivare da qualche parte senza sapere esattamente cosa guardare.




Commenti