Il Governo Apnea
Ma dall’altra parte c’è qualcosa?
M. Giardina

La gara d’apnea la conosciamo tutti: ci si piazza sott’acqua, senza fare nulla, se non aspettare di battere gli altri. Si tratta di resistere, e chi rimane sotto più a lungo, senza fare nulla, vince. Giorgia Meloni e il suo governo, il 4 settembre, hanno tagliato il record del “governo più longevo della storia d’Italia”, e la sensazione è un po’ che la situazione sia simile a quella sopra citata.
Certo, i presupposti erano pure peggiori: l’ultima volta che il centrodestra aveva governato, il governo Berlusconi, dimissionario nel 2011 a causa delle tre “F (Fini, finanza e… Ruby), lasciò a titolo di legato nientemeno che lo spread a 575 e la bancarotta a un tiro di schioppo; Meloni, se vogliamo, aveva dalla sua parte l’attenuante di essersi ritrovata una congiuntura economica non facile, a causa di guerre, inflazione e lasciti dello sciagurato Superbonus. In questa situazione non si può e non si deve negare che i conti siano stati relativamente “tenuti in ordine”, così come va dato atto a Meloni di non aver abbandonato la causa ucraina, ormai snobbata bipartisan a causa del putinismo bilaterale che attraversa le coalizioni.
Qualcuno però ha il brutto vizio di ricordare ancora le promesse di Meloni e alleati nel lontano 2022: il più bello forse è il “Piano Mattei”. Presentato come la strategia rivoluzionaria per un nuovo partenariato con l’Africa, ad oggi non esiste ancora un dato pubblico consolidato su euro effettivamente erogati, investimenti materialmente realizzati, progetti terminati, posti di lavoro creati o effetto sui flussi migratori.
E l’energia? In campagna elettorale Meloni proclamava: “I nostri mari possiedono giacimenti di gas che abbiamo il dovere di sfruttare appieno. E la nostra Nazione, in particolare il Mezzogiorno, è il paradiso delle rinnovabili.”
La realtà sembra diversa, la spinta su trivelle (nuove concessioni e riduzione delle distanze costiere) si è accompagnata a una stagnazione delle rinnovabili, con il 69% dei progetti ancora fermi per burocrazia (fonte: Legambiente).
Poi c’erano le tasse. Meloni nel 2014 parlava di tetto alla pressione fiscale da inserire in Costituzione. Il centrodestra si presentò promettendo di ridurre la pressione fiscale e di estendere progressivamente la flat tax. Sono arrivati il taglio del cuneo, la riduzione delle aliquote Irpef e diversi interventi per autonomi e famiglie: quindi dire che non è stato fatto nulla sarebbe falso. Il risultato aggregato, però, è piuttosto comico: secondo l’Istat la pressione fiscale era il 41,7% del Pil nel 2022 ed è arrivata al 43,1% nel 2025. Meno tasse promesse, più tasse incassate, in un sistema sempre più diseguale tra chi paga tutto alla fonte e chi pu beneficiare di flat tax, concordati preventivi e ravvedimenti agevolati.
Sul lavoro il governo può legittimamente rivendicare il record degli occupati. Peccato però che un occupato debba anche viverci, del proprio lavoro. Nel primo trimestre 2026 i salari reali italiani erano ancora del 6,1% inferiori all’inizio del 2021: il recupero peggiore tra le grandi economie Ocse. Più occupazione, dunque, ma nessuna svolta su quello che da decenni è il vero buco nero italiano: salari e produttività.
E le pensioni? Salvini nel 2014 e nel 2016 manifestava sotto casa della Fornero. Nella campagna elettorale nel 2022, in un comizio a Capitello ribadiva “Se vinciamo elezioni e non cancelliamo Fornero potete spernacchiarmi”. E ancora: “L’obiettivo è Quota 41 per tutti”. Quattro anni dopo possiamo spernacchiarlo: Quota 41 per tutti non esiste, Quota 103 non è stata neppure prorogata nel 2026 e la Fornero è ancora lì.
Poi lo sviluppo economico, quello vero. Il “Made in Italy” è diventato perfino il nome di un ministero, ma nel frattempo la produzione industriale è scesa del 2,5% nel 2023 e del 3,5% nel 2024, per calare ancora dello 0,2% nel 2025. Nel primo semestre 2026 si è visto un timido +0,5%; a luglio, però, la produzione era esattamente allo stesso livello di un anno prima.
Infine l’immigrazione. La promessa era fermare gli sbarchi, fino al celeberrimo “blocco navale”. Quel blocco non è mai esistito: gli arrivi erano 105 mila nel 2022, sono saliti a 158 mila nel 2023 e poi scesi a circa 67 mila sia nel 2024 sia nel 2025. E anche il nuovo Patto europeo è tutto da valutare: gli Stati “sotto pressione migratoria” potranno chiedere il ricollocamento di 30mila migranti. Ma sarà la Commissione a decidere se di forte pressione si tratta, e gli Stati potranno eventualmente contestare la quota di loro spettanza. Inoltre i Paesi più ricchi potranno decidere di non accogliere, pagando 20mila euro per ogni persona rifiutata.
Alla luce di tutto ciò, verrebbe naturale pensare che un’opposizione organizzata, davanti all’inettitudine di questo governo, abbia tra gli 8 e i 10 punti di vantaggio. Invece no. Meloni, nonostante la sconfitta referendaria, gode ancora di consenso popolare nel paese. Perché? La sensazione comune è che dall’altra parte non ci sia granché: la situazione l’ha sintetizzata in modo efficace Aldo Cazzullo a "diMartedì": "Meloni non sta facendo granché, il punto è che pochi hanno la sensazione che con Elly Schlein e Conte le cose migliorerebbero”.
Venti o trent’anni fa, durante il bipolarismo, con tutti i limiti del caso, si sapeva più o meno da che parte stare. Da un lato c’era la destra, simile a oggi se non uguale, con quel modello di paese, quei cittadini da rappresentare, quella modalità di scegliere il leader. Poi c’era il centrosinistra, dal quale ci si aspettava attenzione ai conti pubblici, europeismo, riformismo. Le degenerazioni e gli estremismi di partiti minoritari c’erano anche allora, ma certamente non dettavano la linea della coalizione. Oggi le cose sono parecchio diverse: Conte spara a zero sulle sacrosante armi in Ucraina; punti programmatici importanti come il nucleare vengono demonizzati; le ricette economiche non sono chiare e le poche che si sentono sanno di assistenzialismo e massimalismo; non è stato individuato il leader, né la modalità con cui sceglierlo; fiumi di parole su Renzi fuori/Renzi dentro. In queste condizioni nemmeno la legge Acerbo riuscirebbe a dare stabilità a questa coalizione, altro che Stabilicum.
A Meloni non sembrerà vero che l’alternativa non ci sia, o perlomeno non ci sia ancora. Nel 2027 se la giocherà nonostante cinque anni di poco o nulla. Ma del suo operato non c’è molto da stupirsi: lo aveva detto già nel suo discorso di insediamento alla Camera quale sarebbe stato il motto del suo governo: “non disturbare chi vuole fare”. Su questo è stata di parola: non ha disturbato nessuno. In Italia aiuta parecchio. Alla propria longevità.



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