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Il conto dell'acciaio: lavoro e salute sui due piatti della bilancia

17 set
Tempo di lettura: 3 min

V. Santantonio


ILVA di Taranto (via Il Post)
ILVA di Taranto (via Il Post)

È la fine degli anni ’50 e l’economia italiana ha bisogno di una svolta. Si avverte il rischio che gli aiuti del piano Marshall e il liberismo di Einaudi stiano esaurendo la loro spinta salvifica. È necessario un intervento immediato per evitare il ristagno. Il meridione continua ad arrancare, non riesce a stare al passo con l’innovazione delle paludi settentrionali e il divario industriale si fa sempre più ampio.  Ed è proprio nel tentativo di colmarlo, di chiudere la forbice che da secoli connota lo stivale, che sorge l’idea di costruire, a Taranto, il quarto centro siderurgico italiano. La strategia è quella di rafforzare la competitività manifatturiera nazionale a partire dalla riduzione dei costi di importazione delle materie prime, in particolare dell’acciaio. La visione quella di un meridione diverso, nuovo e che, slegato dall’arretratezza agricola, diventi centro indispensabile di rifornimento per le fabbriche del Nord. Taranto viene riconosciuta come il luogo più adatto ad ospitare questo tentativo: la possibilità di una nuova vita si prospetta di fronte ai cittadini della città marina, affamati di lavoro. Nessuno di loro però può ai tempi immaginare a che costo tale fame sarebbe stata colmata. 


Lo stabilimento, ufficialmente inaugurato nel 1965 da Saragat, nasce come parte della società siderurgica pubblica “Italsider” e realizza, nel decennio seguente, successi ancora più ampi di quelli sperati. Lasciando parlare i numeri, 24.000 i nuovi posti di lavoro stimati tra i settori della meccanica, delle costruzioni, dei trasporti e servizi della provincia; un innalzamento del reddito pro capite medio da 175.000 a 604.000 lire; un aumento di circa 15 volte del traffico delle navi mercantili nel porto di Taranto. I benefici sono molteplici, sgargianti e diffusi, impossibile non riconoscerli. Negli anni il polo, in quanto attività di Italsider, viene incorporato dalla ILVA S.p.A., successivamente privatizzata e acquistata dal gruppo Riva, con cui raggiunge il picco della sua espansione. 


L’entusiasmo ignorante mette a tacere le prime preoccupazioni ambientali, prontamente accantonate nel timore di veder sgretolarsi, dinanzi agli occhi, l’idilliaca illusione. Ma nel silenzio, nell’omissione, prolifera il rischio: fumi, polveri e altri residui industriali si diffondono sul territorio pugliese, inquinando aria, suolo e mare e cagionando danni irreparabili alla salute dei cittadini. È il luglio del 2012 quando il caso dell’ILVA comincia ad assumere il rilievo adeguato: si apre l’inchiesta “Ambiente Svenduto” e la magistratura di Taranto dispone il sequestro preventivo degli impianti dell’area a caldo. Le due perizie, chimica ed epidemiologica, richieste dal GIP lo stesso marzo, portano alla luce dati pericolosi, ormai impossibili da ignorare. Si rilevano gravi violazioni dei protocolli volti a impedire la dispersione degli inquinanti e valori non conformi ai limiti previsti per le emissioni. Riscontri di un aumento di patologie cardiovascolari, tumorali e respiratorie nella popolazione interessata non possono che allarmare: i cittadini aprono gli occhi e si mobilitano, iniziano le prime proteste, si lotta per proteggere la salute pubblica generazionale. Da questo momento in poi, la storia dell’ILVA attraversa fasi diverse, complicate e controverse che scandiscono una lunga crisi economica, gestionale e ambientale. Lo stabilimento, difatti, non verrà mai chiuso definitivamente: la produzione continua, anche se a livelli più bassi e soggetta a prescrizioni ambientali più stringenti. Così si protrae l’immensa questione dell’ex ILVA, che porta in ballo uno scontro cruciale tra interessi contrapposti e che sembrano impossibili da conciliare: da un lato garantire l’occupazione a migliaia di lavoratori, dall’altro proteggere la salute. 


14 anni dopo il dibattito è ancora aperto, ma stavolta sembra che sarà la salvaguardia del benessere dei cittadini tarantini a trionfare: l’ultima notizia è che la Corte d’appello di Milano ha confermato il blocco dell’area a caldo dello stabilimento entro fine ottobre. Ma tutto ha un prezzo e la domanda cruciale si risolve nel prezzo che si è costretti a pagare: quale il valore che si attribuisce al progresso e quale alla vita. Se da un lato la Corte si esprime dicendo che “nel conflitto tra il diritto all’esercizio dell’attività di impresa e quello dei cittadini alla salute (…) non può che prevalere quest’ultimo”, dall’altro sono a rischio almeno 10.000 posizioni di lavoro e la situazione attuale è molto delicata. I sindacati premono per la tutela dei lavoratori e delle loro famiglie, le prime e dirette vittime. L’appello al Governo è quello di non lasciare da soli i cittadini, ma di intervenire tempestivamente in modo da assicurare una transizione sostenibile, fondata su aiuti materiali e un sostegno adeguato: garantire agli operai alternative reali e concrete, impedire scelte costrette dalla paura della disoccupazione. Adesso tocca allo Stato mostrarsi meritevole della fiducia dei tarantini e permettere la piena realizzazione della lettera della Costituzione: la protezione dei diritti fondamentali e costituzionali dei lavoratori, nella più ampia esplicazione della dignità umana.

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